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Dalla Vostra Parte

Ti ricordiamo così

mercato


Questa è una lettera aperta indirizzata a Giancarlo Viscardi, il Maestro del Coro “Non Solo Voce” di Cassano d’Adda, ovunque egli sia, ma nella certezza che la sua essenza è laddove il nostro sguardo si posa e il nostro udito ascolta. Vuole essere, inoltre, un messaggio, uno stimolo alla riflessione per tutti quelli che lo hanno conosciuto e anche per chi, attraverso queste righe, scopre di lui alcune sfumature inaspettate.

“Cos'è un ricordo? Nulla… non puoi vederlo…non puoi toccarlo... ma è così grande e forte che non puoi distruggerlo. I ricordi sono tutto, sono la vita, momenti belli e brutti, dolci e duri, teneri e forti. Le persone con cui li vivi, i profumi, i suoni, le cose: tutto è importante per costruire un ricordo. Rapporti di così lunga data, come sono stati quelli intrecciati con te, portano sempre con loro un carico di storie e di ricordi che è impossibile mettere da parte perché hanno lasciato tracce significative nella nostra esistenza; così ci completano, ci riempiono e, a volte, li richiamiamo dalla memoria per rendere il nostro presente più leggero, migliore la qualità della nostra vita. Per cominciare vogliamo parlare del tuo fascino? Eh sì, perché tutte noi, bambine degli anni 60/70 (ma anche le altre diciamolo!) che ci approcciavamo all’esperienza polifonica, eravamo innamorate di te, del tuo sguardo imperscrutabile e corrucciato sul cui viso compariva raramente l’ombra di un sorriso. Ricordi incancellabili, meravigliosi, che niente e nessuno potrebbe e potrà annullare, che rimangono nella nostra mente e che a volte riappaiono come il più grande dei tesori: ecco allora che rispunta una foto di quando eravamo oppure un aneddoto raccontato da chi l’ha personalmente vissuto che, inevitabilmente, ci intenerisce e fa sorridere. Con il passare degli anni ti sei “ammorbidito”, hai preso a parlare di più, addirittura a ridere, raccontare barzellette, a sognare?: questa nuova energia l’hai trasfusa nella direzione impregnandola del tuo stile personale, unico e irripetibile, mettendo in evidenza la forte e consapevole tensione etica e quella passione che rifletteva i tuoi stessi sentimenti come la certezza del potere che la musica ha di sollevare l’anima dalle cose terrene. Per entrare in armonia con i canti che ci insegnavi ci raccontavi i tuoi ricordi, mentre noi rimanevamo silenziosi e assorti come di fronte al miglior film, ci invadeva una grande emozione, e d’improvviso ci sentivamo come se stessimo viaggiando in una macchina del tempo. Era come se in qualche modo stessimo conoscendo i tuoi genitori piuttosto che le persone che hai incontrato nella vita o i luoghi a te cari, i profumi, le incertezze e i batticuore della tua adolescenza, da ultimo l’amore smisurato per tuo nipote. Ci invitavi a fare altrettanto, a metterci in contatto con il nostro vissuto, a cercare nei cassetti della nostra memoria l’esperienza che più ci faceva vibrare e farla uscire, farla diventare melodia. “Il Canto”, dicevi, “inizia qualche minuto prima nella nostra testa e finisce qualche minuto dopo quando, in assoluto silenzio, assaporiamo le emozioni che ci ha regalato, quando lasciamo andare l’ultima nota presa in prestito nell’universo della musica: chiudete gli occhi, lasciatevi andare, abbandonate i frastuoni e le ansie della quotidianità, permettete ai versi e alle note di entrare in voi e poi lavoreranno da soli”.

L’abbiamo fatto, abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo abbandonati a te, in quei momenti sentivamo che le parole acquistavano talmente tanta forza da andare oltre i formali tecnicismi, i “registri di petto” o i “registri di testa”, riuscivamo a sentire e vedere oltre, attraverso la tua guida, e a trasmettere a chi ci ascoltava il pathos che tu incessantemente ricercavi; noi utilizzavamo il “registro del cuore”. Un’altra tua frase ricorrente era questa: le persone che vengono ad ascoltarci non devono dire “Che bravi” ma “Che bello”, certo non intendevi bello in senso fisico, anche perché non avevamo neppure una divisa come ce l’hanno i cori “seri”, dopo anni il massimo che abbiamo raggiunto è stato vestirci tutti dello stesso colore (gli uomini anche no!), non avevamo uguali neppure le cartellette degli spartiti, alcune riportavano le foto più disparate, altre locandine e altro ancora, non eravamo disciplinati nemmeno all’ingresso sul palco in occasione dei concerti: a volte prima i soprani, poi no, i contralti, poi in coppia, a volte in fila indiana, ma eravamo una sola voce, un solo sentimento, una sola anima che arrivava a toccare quella degli altri. E’ vero proviamo nostalgia di te, nostalgia di quelle sere passate a ripetere continuamente, per un solo canto, anche una sola frase, perché non era mai come la volevi tu, nostalgia del cuore che batteva quando scherzosamente ci richiamavi all’ordine semplicemente stando in silenzio con le braccia abbandonate lungo i fianchi chiamandoci affettuosamente “specie di coro”, nostalgia dell’emozione che saliva quando alla fine sorridevi e ci concedevi un piccolo applauso, insomma nostalgia di un passato che non è più presente ma vorremmo tanto che lo fosse. Te ne sei andato troppo presto Maestro, ci hai lasciati smariti, confusi, senza guida, ma i ricordi non ci abbandoneranno mai, esercitano una forza poderosa in noi, ne faremo tesoro, ci nutriremo di loro, creeranno un legame indissolubile tra te e noi, ricordi che “Cercheremo, cercheremo finché il cuore capirà”. Noi non ti abbiamo detto addio e non lo faremo mai: ciao Giancarlo, il “tuo Coro” ti stringe in un abbraccio senza fine.

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