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Il ricordo di un Amico

tutti a camminare

Sono otto lettere importanti, quelle che messe assieme formano la parola amicizia. L’amicizia è una cosa seria. Quella vera è difficile da far germogliare; e impegnativa nel saperla coltivare e portare avanti nel tempo. Un concetto forse troppo inflazionato, svilito dall’accezione digitale dei social. Si fa presto a dire: è un mio amico. Bene, non è il caso di Angelo Frigerio. Lui è stato un amico vero. E di lungo corso. Ci eravamo conosciuti mezzo secolo fa a Fuipiano, segnatamente in contrada Arnosto, in Valle Imagna.

Io, lui e mio cugino Piero (diventato poi suo cognato) ci eravamo innamorati di tre ragazze che venivano a trascorrere le vacanze proprio a Fuipiano. Quelle tre ragazze sono diventate le nostre spose e le mamme dei nostri figli. L’amicizia con Angelo Frigerio iniziò proprio in contrada Arnosto, per rinfrancarsi sempre di più col passare delle primavere. Ossignur, come per ogni amicizia sincera, non sono sempre state rose e fiori. Lui juventino, io interista: figurarsi. È che lassù ad Arnosto era proprio un covo di gobbi e se osavi contraddirli, ne sentivi su una carretta.

Una cosa che mi piaceva di Angelo era che amava raccontare e sentirsi raccontare. Ogni tanto gli riportavo alla memoria una certa partita di calcio passata ai disonori della storia. Andò che a un torneo organizzato dagli amici di Fuipiano, su un campetto di pietra e sassi, a noi toccò portare in alto i colori della contrada Arnosto. I giocatori erano validi, mancava solo il portiere all’altezza. Il nostro “cittì” Palmiro, suocero di Angelo, ci aveva assicurato che un suo cugino bresciano poteva assolvere quel ruolo. Entrammo in campo, nel tifo infernale degli amici contradaioli. Il primo tempo finì 5 a 0 per noi. Il secondo tempo finì la benzina per noi e fu 6 a 5 per quelli di Fuipiano. Travaso di bile. In seguito scoprimmo che il portiere bresciano era un ottimo corridore di bicicletta e la maglia da portiere la indossò per la prima volta in quella sciagurata circostanza. Per mitigare l’amarezza, prosciugammo la cantina del nostro caro Palmiro.

Sincerità per sincerità? Ecco, ci fu una circostanza in cui Angelo se la prese un po’ con me. Poiché ero iscritto all’Albo dei giornalisti pubblicisti, mi aveva proposto di fare il direttore del giornalino “Amici di Gabry”. Un impegno in meno per lui, uno in più per me: “Angelo, non se ne parla neanche, non me la sento di dirigere un giornalino. Se vuoi, però, posso collaborare”, risposi in modo risoluto. Così andò e lui ci restò male, non prima di avere messo giù il muso per qualche minuto, assumere un’espressione cogitabonda, per poi licenziarmi con il sorriso, un abbraccio e un prosecchino.

Continuai a scrivere per gli “Amici di Gabry” finché, dopo qualche anno di collaborazione, Angelo mi prese in disparte e mi fece capire che, insomma, i miei racconti non andavano bene a una persona. Nessun problema, caro amico, gli risposi senza mostrare di aver accusato il colpo.

Qualche anno dopo, sempre in contrada Arnosto, mi prese sottobraccio e con il suo fare gentile e l’inconfondibile erre moscia, mi chiese se mi avrebbe fatto piacere tornare a scrivere per la sua rivista. Col suo fare da intellettuale, aggiunse: “Mi raccomando, quando mandi il tuo racconto, ricordati di allegare una foto”. In tutta risposta, bastò un cenno del capo. Mandai due racconti e allegai una mia foto, proprio quella con la maglia dell’Inter. “Adesso voglio vedere se me la pubblica”, mi ero detto. E lo fece: solo che anziché risultare nerazzurra, risultò azzurra e basta. Quando il giorno seguente lo chiamai per avere delucidazioni, rispose tranquillo: “Ciao Giusepp, so già cosa mi vuoi dire…”

Caro Angelo, da ovunque tu legga, ascolta invece quello che ti dico io: il tuo cuore generoso e i tuoi sentimenti nobili sono parte della vita di tutti noi. Grazie per quello che hai fatto - e hai fatto tantissimo, per gli altri. Senza mai metterti in mostra, una scelta che ti ha reso una persona speciale agli occhi di tutti. Nonostante la tua permanenza su questa terra sia stata irta di ostacoli, la prematura scomparsa della tua Gabriella su tutti, hai trovato il tempo e il modo di donare, un altro termine caduto un po’ in disgrazia.

Siamo stati in tanti, sai, ad accompagnarti al camposanto di Fara. E ci siamo tutti commossi nell’intonare una delle tue canzoni preferite: “Io, vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio...”. Quaggiù, invece, siamo rimasti noi, orfani di Angelo Frigerio, che sarà ricordato per essere stato una gran bella persona con il cuore in mano, proprio come si diceva una volta. Certo che però quella maglietta con la stella e lo scudetto di Giacintone nostro me la potevi lasciare nerazzurra.

Il tuo amico Giusepp
(Giuseppe Bracchi Giornalista)

Caro amico Angelo,
con le lacrime agli occhi ed il cuore lacerato ringrazio il Dio della vita per il dono della tua presenza nella nostra esistenza. Sei stato un dono per noi. La tua presenza ha arricchito la nostra vita. Grazie. Grazie anche per l’eredità morale che ci hai lasciato e che per noi è un dovere morale per non dissiparla. Ora sei davanti al Giudice universale. Il nostro grazie ti accompagna, ma soprattutto al tuo fianco c’è il Figlio che ti presenta al padre come suo fratello. Se da una parte sta la non-verità che trema di fronte alla verità di Dio, dall’altra parte siamo custoditi dentro la verità del Giusto crocefisso e risorto. Questa seconda dimensione è quella che più conta e ti permette nella fede di presentarti davanti a dio con coraggio e franchezza.
Siamo convinti che il Giudice-Padre pronuncerà su di te l’invito: “vieni, benedetto dal padre tuo, a ricevere l’eredità promessa fin dalla fondazione del mondo”.
Amen, amen!
Don Gianfranco

Caro Angelo,
quando nel 2015 abbiamo deciso di intraprendere l’avventura della gita in montagna con i nostri pazienti del Day Hospital oncologico, non hai esitato a dimostrare come sempre il tuo entusiasmo e la tua disponibilità.
Hai ospitato un centinaio di persone nella tua casa aprendo , nel vero senso della parola, tutte le porte: per me questa è stata una grande lezione sul significato della parola “accogliere”.
Grazie.
Karen

“Uomo generoso e dal cuore grande, instancabile lavoratore, sarai sempre nei nostri cuori accanto ai nostri pazienti”
Mara

Caro Angelo
Così, come sei entrato in punta di piedi nella vita di migliaia di persona a portare solo del bene, te ne sei andato. L’ultima cosa che mi hai detto è che eri sereno, sereno per i tuoi figli, per i nipoti, per la tua vita. Voglio immaginarti seduto fuori da una osteria, a bere una birra, mentre con l’altra mano stringi quella di Gabry che non lascerai più andare.
Mary

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