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La dolce sartina di Rivalta

Le campane della chiesetta di Rivalta salutano il sole che sta sorgendo. Da una stradina di campagna, come le altre di terra battuta solcata dalle ruote dei carri, la bella e tenera Angiolina s’affretta a piccoli e svelti passi per raggiungere il paese. La fanciulla, pur ancora nel fiore dei suoi verdi anni, la percorre tutte le mattine per recarsi dalla cascina San Lorenzo al paese.

Alle 6 e mezzo ascolta la Messa e, al termine della funzione, Angiolina si reca al convento delle suore. Dieci ore di faticoso lavoro nel laboratorio di sartoria per confezionare abiti militari. Poco oltre la metà del tragitto, a un chilometro e mezzo, s’erge un secolare pioppo, scampato a chissà quante insidie, diventato da qualche tempo punto d’incontro tra l’Angiolina e un giovanottone, alto e magro che somiglia a una pertica. Si chiama Berto. Di solito, ultimati i lavori in stalla, Berto sistema il palo della sua bilancia al canotto della sgangherata bici e va a pesca, la sua grande passione. Quasi tutte le mattine si rompe la schiena scandagliando le anse del fiume con la rete. E’ su quella stradina che Angiolina e Berto tengono i loro incontri. Quando l’Angiolina comincia a sentire il cigolare della bici, aumenta o diminuisce i passi per giungere assieme a Berto sotto le fronde del vecchio albero. E’ sempre la sartina, senza scomporsi, a salutare per prima: «Buon giorno, signor Berto». E di rimando abbozzando un sorriso seguito da un goffo inchino: «Buon giorno a voi, signorina Angiolina». Brevi, ma intensi sguardi e poi i due s’allontanano piano piano girando appena il capo per spiarsi i movimenti.

Sono i grami gramissimi anni Quaranta. Mezza Europa è scesa in guerra e l’altra metà s’appresta a farlo. Ai primi di marzo a Berto arriva la cartolina per il militare. Mancano solo due giorni per incontrare Angiolina e per comunicarle quello che tiene dentro, ma non trova mai il tempo, anzi il coraggio, di dirle quello che prova per lei. La sera che precede la partenza per il militare, Berto aspetta che Angiolina esca di chiesa e s’avvii per quella stradina. In compagnia di altri contadini e giunta in prossimità del grande albero, con la coda dell’occhio lei scorge quella pertica di Berto. Senza farsi notare, la bella sartina si sfila lemme lemme dal gruppetto di persone che sta facendo una cagnara infernale. «Berto, ma voi siete matto. Lo sa che se lo viene a sapere mio padre, quello mi riempie di botte. Proprio l’altro giorno, mentre si era a tavola, m’ha fatto intendere che se mi vedeva zabetare con qualche giovanotto me lo dava lui el tabac del moru». Berto non si fa intimorire da quelle parole e risponde prontamente: «Angiolina, domani parto per il militare. Volevo dirvi se al mio ritorno... insomma...».

Angiolina ha capito le intenzioni di Berto, ma vuole che gliele dica in modo chiaro. Berto tira un lungo sospiro, quasi preferisca far scoppiare polmoni e torace. Poi, come il fiume turbinoso che scorre a un tiro di voce: «Ecco, Angiolina, avrei piacere che noi due ci parlassimo. Se al mio ritorno voi mi voleste sposare». E mentre si toglie quel peso, Berto diventa rosso come i bargigli del suo pulù in piena azione di corteggiamento nei confronti della tacchina del fittavolo. La qual pollastra dagli antenati yankee, a dir tutta la verità, si crede di esser pavone e si fa un po’ troppo desiderare.

Dai modi raffinati e piena di grazia nonostante sia figlia di poveri contadini, Angiolina risponde con un gesto d’approvazione del capo. «Va bene Berto, vi aspetterò. Questa è la mia promessa. Però vorrei che la vostra sia quella di portarmi a Roma. Se ce lo potremo permettere, vorrei tanto andarci in viaggio di nozze». Angiolina s’alza sulle minute ma robuste punte dei piedi per arrampicarsi fin sul viso di quel perticone di Berto. I due ormai stanno prendendo fuoco: i loro volti sono invermigliati. L’accorta e pudica Angiolina posa delicatamente le labbra sulla ruvida guancia di Berto e poi scappa alla velocità d’un martin pescatore per raggiungere gli altri paesani, che sono giunti in prossimità di San Lorenzo.

Il pomeriggio del 19 marzo 1940, Berto si unisce al 4° Reggimento artiglieria a Mantova. Il giorno successivo, dalla città dei Gonzaga, Berto viene trasferito in Piemonte. Qui inizia il periodo d’istruzione militare. Dopo il corso, il soldato bassaiolo è assegnato al ventottesimo gruppo, di stanza a Barge: l’attacco alla Francia è imminente. L’11 giugno arriva l’ordine di aprire il fuoco: le batterie iniziano le prime salve di cannonate. Si continua a sparare per qualche giorno: l’ultimo di questi è fatale a Berto, colpito da una granata.

La triste notizia arriva nel quieto borgo all’ora vespertina. Anche il cielo s’è rabbuffato. Il parroco, don Ernesto, impartisce l’ordine a Pepu el sacrista di suonare la campana a morto. Subitamente si sparge la voce: «E’ mort Berto la Pertega», «Berto l’è mort en Piemunt. L’è stai ‘na canunada». Le parole rimbalzano di bocca in bocca, di uscio in uscio. Ogni rintocco di campana è una stilettata che affonda nel tenero cuore della povera sartina.

Gli anni passano ma l’Angiolina non si scorda del suo giovane soldato alto e magro. Tutte le domeniche posa un mazzolino di fiori di campo sulla tomba del piccolo cimitero adagiato sul costone dell’Adda. Ma ormai, sulla soglia dei trent’anni, Angiolina sembrava quasi rassegnata a prender marito e a intraprendere quel viaggio a Roma. Le proposte non le mancano. Anzi, buttano copiose come le violette a primavera. Da qualche anno l’Angiolina ai primi di maggio va a faticare nelle risaie della Lomellina per quaranta interminabili giorni, poche preziosissime lire e quaranta preziosi chili di riso, e tutti gli anni l’autista del pullman, Cechino, che tutte le mondariso chiamano Cechino Betèga per una maledetta balbuzie, le rinnova puntualmente la proposta di fidanzamento. Ma l’Angiolina rinvia sempre. E’ l’unica che non lo prende in giro (le altre mondine lo apostrofano: Ce-Ce-Chino). Quel giovanotto le fa tanta tenerezza ma in cuor suo non c’è posto, è ancora occupato da Berto. Però l’Angiolina, col rinnovarsi della stagione della monda, ripete a Cechino: «Porta pazienza! Chissà, forse un altro anno».

Ai primi di un nuovo maggio, si rinnova nell’albeggiare la consueta scena delle mondariso che aspettano, una ridosso all’altra, Cechino Betèga sul piazzale della chiesa. Piove a dirotto. L’autista entra in piazza a velocità un po’ sostenuta. Nella ressa per salire, Angiolina finisce sotto la ruota posteriore del pullman. Quando tutte le mondariso hanno preso posto alla rinfusa, Cechino scruta tutti quei volti emaciati che hanno ancora il sapore del sonno in bocca e gli occhi ebbri di nostalgia. Ma l’Angiolina non si vede. Cechino si alza dal sedile e chiede alla capomondina: «Non ho visto l’Angiolina, la dobbiamo aspettare?». Rosetta, la capomondina, lo rincuora: «Ma se era al mio fianco prima che salissi». Un balzo giù dal pullman. Davanti agli occhi di Rosetta e Cechino una scena straziante: Angiolina è a terra con la ruota del pesante mezzo che le schiaccia l’esile corpo. Cechino si mette a correre per la piazza, urla come un matto, mentre la Rosetta s’inginocchia accanto all’Angiolina: con una mano le alza la testa e con l’altra prende ad asciugarle il viso con l’angolo buono del grembiule. Prima dell’ultimo sospiro, Angiolina sussurra poche parole a Rosetta mentre Cechino e le altre donne fanno affranto capannello. Tutti quei volti pieni di paura e sgomento vogliono sapere cosa sta dicendo la poverina. Ma la Rosetta, in modo risoluto, lancia un grido: «Andate a chiamare don Ernesto. Sbrigatevi».

Per Cechino non ci sarà un’altra stagione per trasportare le mondariso, la disgrazia lo tormenta e lo divora giorno dopo giorno. Un mattino, Giovanni el bergamì, lo trova appeso alla trave, nella stalla accanto alla docile cavalla Gina, l’ultima ignara testimone di un’agonia iniziata un giorno di maggio nella piazza del paese. Gli anni scorrono lenti e inesorabili, come il fiume che lambisce gli argini di Rivalta. Una calda sera d’estate, mentre le poche mondariso rimaste evocano i tempi della loro magra gioventù, la Rosetta, pungolata dalla curiosità delle donne, si vuole liberare di quel peso che per troppo tempo si è tenuta dentro. «Ora vi conterò esattamente cosa m’ha detto quel mattino la povera Angiolina: ‘Rosetta, finalmente vado a trovare el me Berto. Lui mi aspetta en Paradis». Nel gran silenzio del cielo, le mondariso si ritirano nelle loro case, senza più la voglia di profferir parola, ma prima di varcare la soglia i loro occhi, i loro umidi occhi velati non solo dal sonno e dalla stanchezza, s’alzano verso la volta stellata e lassù, fra le tremule luci dell’eterno mistero, sembra lor di vedere l’Angiolina, il Berto e il Cechino... e forse li hanno visti davvero.

Giuseppe Bracchi
Giornalista amico
dell’Associazione Amici di Gabry

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