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Il singolare Minareto di Spino d’Adda

Lo svettante, originale, minareto di Villa Casati Dell’Orto, innalzato nel 1818, a forma cilindrica, diviso in segmenti e con finestrelle sui punti cardinali, reca nella parte terminale una lanterna con finestre, cupoletta e una piattaforma praticabile all’uso orientale.

(Foto di Romano Zacchetti)

Inserito nel contesto di una villa neoclassica che si è sovrapposta all’antico, castello visconteo, il minareto di Spino d’Adda più che anticipare il gusto eclettico ancora in divenire, risente gli influssi provenienti dall’Egitto dopo la Campagna di Napoleone nel paese dei Faraoni.

Spino d’Adda sorge nel punto di incontro tra due antiche strade: la celebre “Paullese”, che da Milano portava a Crema e Cremona, e la “Pandina”, voluta da Bernabò Visconti per collegare tra loro i suo principali castelli, ricalcata sul rettifilo della più antica via romana che collegava Pandino a Melegnano, con guado sull’Adda, presso Villa Pompeiana. Il tracciato di questa strada è ancora oggi riconoscibile negli attuali percorsi Melegnano-Mulazzano-Villa Pompeiana e Spino d’Adda-Nosadello-Pandino, tutti allineati su di un’unica retta.

Per questa ragione e per trovarsi su di un terrazzamento alluvionale a circa due chilometri dall’Adda e un tempo occupato da vaste boscaglie, lo stesso Bernabò Visconti vi avrebbe fatto ricostruire un antecedente castello medioevale, forse per destinarlo a luogo di svago e di caccia. Il fortilizio venne poi smantellato nel 1509, dopo la famosa battaglia di Agnadello tra Milanesi e Veneziani, e al suo posto è stata innalzata tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, una vasta villa. Tracce del perduto castello si erano tuttavia conservate nel terrapieno e in una torre (verosimilmente una delle quattro torri d’angolo) che è giunta sino a noi ed è tuttora rintracciabile nel contesto urbano. Riscopriamo qualche traccia a nostra volta della lunga storia sottostante: nel 1442 il Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, concede ad Antonio Landriani il feudo di Spino d’Adda, Gradella e Nosadello con il titolo di conte di Spino. La famiglia Landriani è antichissima, qualcuno le attribuisce un vescovo di Milano nel V secolo (Glicerio), mentre si sa che Guido Landriani, console della città di Milano e capo militare delle truppe della Lega Lombarda nella Battaglia di Legnano (29 maggio 1176) sottoscrisse come primo plenipotenziario della Repubblica milanese la Pace di Costanza con Federico Barbarossa e le città lombarde nel 1183.

Il nuovo conte di Spino, Gradella e Nosadello, Antonio non era uno sconosciuto, il padre Francesco era cameriere segreto del Duca, mentr’egli, valoroso e fedele condottiero già èbbe ad esercitare il ruolo di castellano delle fortezze di Bellinzona, Novara, Montebarro di Brianza, Trezzo sull’Adda, Cassano d’Adda, Soncino e Melegnano, di lui si ricorda anche l’impegno militare sul campo, contro i Veneziani, nella fase d’inizio della signoria Sforzesca. Mentre a Milano l’omonimo cugino, Antonio Landriani verrà nominato da Galeazzo Maria Sforza il 19 marzo 1474 tesoriere e consigliere ducale e poi ministro delle finanze da Ludovico il Moro, un altro cugino, Pietro, fratello di Antonio diverrà tutore del figlio di Galeazzo Maria (Gian Galeazzo Maria), alla morte di quest’ultimo.

Un’altra cugina, Lucrezia Landriani, nata nel 1440, ebbe da Galeazzo Maria Sforza 4 figli illegittimi, tra i quali la legittimata Caterina Riario Sforza, signora di Imola e Forlì e madre di Giovanni De’ Medici detto ‘Giovanni dalle Bande Nere’ perché alla morte del papa Leone X (Giovanni, secondogenito di Cosimo De’ Medici), nel dicembre 1521, egli per manifestare il suo lutto fece annerire le insegne, che fino ad allora erano a righe bianche e viola, diventando così famoso presso i posteri come ‘Giovanni delle Bande Nere’. All’ardimento di Giovanni delle Bande Nere, l’ultimo dei grandi condottieri italiani, si deve la vittoria dei pontifici e di Carlo V nella Battaglia di Vaprio d’Adda (novembre 1521) per il possesso del Ducato di Milano, acquisito dai francesi con la Battaglia di Marignano (settembre 1515), che Carlo V voleva restituire agli Sforza in seguito all’alleanza stipulata con papa Leone X. Nell’estate del 1521 papa Leone X scomunicò il re di Francia per cacciarlo dalla Lombardia e gli dichiarò guerra. La Francia, con Odet de Foix comandante delle truppe, supportato dai mercenari svizzeri, trovò nella Repubblica di Venezia il suo alleato. Gli avversari, schierati sulla riva sinistra del fiume Adda, erano comandati da Prospero Colonna, ai cui ordini vi erano i condottieri Fernando D’Avalos ed il nostro Giovanni dalle Bande Nere. Vi fu un primo tentativo degli spagnoli di varcare il fiume ma venne subito respinto. Il Colonna allora tentò di accerchiare il nemico mandando più a valle la cavalleria del De’ Medici, che trovò la resistenza di Ugo Pepoli, un condottiero italiano al servizio della Francia. Grazie all’impegno di Giovanni delle Bande Nere e catturato il Pepoli, dopo tre giorni gli spagnoli furono a Milano e sbaragliarono gli ultimi francesi e consegnarono la città agli Sforza, assieme a Pavia, Lodi e Como.

Gli Sforza torneranno a governare la Lombardia fino al 1535, quando alla morte senza eredi di Francesco II Sforza, il Ducato passò agli Spagnoli e proprio durante il loro governo il nipote di Antonio, Giuseppe Francesco Landriani, consigliere di stato e di guerra dell’imperatore Carlo V ebbe in dono da Filippo II anche il castello e la contea di Pandino. Tanta storia straordinaria venne infine buttata al vento quando i Landriani vennero espropriati delle contee di Spino con Gradella e Nosadello e di Pandino, nel 1632 a seguito alla condanna inflitta a Francesco Landriani per aver ospitato banditi nella propria abitazione, il feudo, messo all’asta, venne assegnato, cinque anni dopo, nel 1637 al gentiluomo milanese Francesco Capra la cui famiglia lo detenne fino al 1727 quando vi subentrò il conte Giuseppe Casati (1672-1740) che subito diede avvio alla costruzione dell’immensa villa che, secondo il gusto dell’epoca, aveva forma ad U.

Luigi Minuti
Storico e amante della nostra “bassa”

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