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Don Aldo come don Camillo

Un uomo buono senza età. Forse uno degli ultimi don Camillo di guareschiana memoria abitava in piccolo borgo della Bassa. Si chiamava don Aldo.

È il prete che ho sempre tenuto nel cuore: di lui serbo ricordi bellissimi anche se gli incontri, col passar delle stagioni, si sono fatti molto più rari. L’ultima volta che lo incontrai fu l’estate del 1994: erano anni che non lo vedevo. Mi ero recato al mio paese natìo, quattro case in croce adagiate sulla fertile terra di Padania. Segni particolari di questo nucleo rurale? Beh, oltre ad avere dato i natali a un condottiero di gran rinomanza, può vantare zanzare grosse come elicotteri e nebbie tenaci fino a primavera avanzata. Non per niente da queste parti si dice: “È cresciuto a pane e nebbia”. Mio nonno aggiungeva: “E pedate nel culo” . Don Aldo, dicevo. Era un luglio di piena canicola. In attesa della partita dei Mondiali Usa, Italia-Spagna, avevo inforcato la bicicletta e, tra un prato e l’altro, su strade polverose, avevo raggiunto la parrocchia del mio don Camillo. Mi ero soffermato nei pressi del campo sportivo sul quale da ragazzino avevo tirato i primi calci al pallone (per la verità sono rimasti gli ultimi). Attiguo al rettangolo di gioco, il cimitero.

Mentre ero assorto a evocare quelle partitelle, una mano si era adagiata sulla mia spalla: “Eccolo qui il forestiero. Era ora che tu venissi a respirare l’aria della tua giovinezza”. Era don Aldo, il parroco che ho sempre ammirato per la sua schiettezza, l’abnegazione e la straordinaria umiltà. La sua figura esile, ma piena di vita, sorretta da una grandissima fede. (“L’è questa che mi tiene in piedi”). E subito dal film dei ricordi affiorava don Aldo in sella al suo vespino cinquanta, di color bianco.

Quando doveva recarsi in città faceva sempre tappa al mio paese. Scendeva dal suo ronzino d’acciaio, s’aggiustava l’abito talare liso sui gomiti ed entrava al bar a scambiare quattro chiacchiere. Nel mese dedicato alla Madonna, don Aldo veniva alla nostra parrocchia a celebrare la Messa. Con lui sull’altare anche i ragazzi più riluttanti (per tenerli fermi dovevano inchiodarli sui banchi) rimanevano immobili come statue.

A tutti spariva l’allergia dell’incenso nel sentire la sua voce vibrante e stentorea che pareva presa in prestito. Incredibile, don Aldo sapeva conquistarli con le sue indubbie doti di oratore e la sua parlata era un mix di italiano e dialetto, dialetto che al tempo era la lingua imperante. Era l’epoca dei “rossi” e dei “bianchi”, sempre pronti a farsi la guerra ed eternamente condannati alla rivalità più accesa anche se rispettosi della saggia regola di non oltrepassare la misura del buonsenso.

Don Aldo non poteva rendersi estraneo a quell’atmosfera. Dal pulpito, uno volta, si era rivolto ai fedeli con un tono un tantino minaccioso: “Io non temo nessuno. Vado a giocare a carte sia al circolino dei rossi sia al bar dell’oratorio. Voglio bene a tutti. E sapete cosa mi è venuto all’orecchio? ‘Che a quel prete lì, per farlo tacere, bisognerebbe mettere in bocca una ciabatta’. Avanti sono qui. Se c’è qualcuno che mi vuole far tacere, s’accomodi. A me una ciabatta non me la mette in bocca nessuno. Quello che devo dire lo dico. E se a qualcuno non gli va, al posto di tappare la bocca a me è meglio che si tappi lui gli orecchi”: Più chiaro di così non poteva essere. Quel pomeriggio di luglio, don Aldo e io c’incamminammo verso la chiesa: “Sai, alle 6 devo celebrare la Messa, accelera il passo”, mi aveva spiegato. “Mah, don Aldo a quell’ora c’è la partita”, gli dissi.

“Vuoi che non dica Messa per i miei fedeli? Lo so che molti saranno incollati davanti al video, ma il dovere è il dovere. Il secondo tempo però me lo vedo anch’io. Lo sai che il calcio mi è sempre rimasto nel cuore”.

Nel cuore, a me, è rimasto don Aldo, piccolo grande sacerdote della Bassa. Io sulla panca della chiesa e lui sul pulpito a incantarmi con storie di Madonne dolci come mamme. Le interminabili partite al pallone all’ombra della sua tonaca nera. E quel vespino che mi sembrava venisse da chissà dove, per ripartire verso chissà quale meta. Un uomo, un prete vero. Con don Aldo era impossibile sentirsi forestieri. Anche adesso mi è tanto vicino. Come in quel pomeriggio di luglio, quando la sua mano sulla mia spalla aveva riannodato d’incanto i vecchi fili di un’infanzia ormai lontana con le funi che cerco di tirare ogni giorno per reggere gli affanni dell’età adulta. Lui, adesso, è volato in cielo, ma io lo ripenso sempre come un uomo buono: è don Aldo, e basta.

Giuseppe Bracchi
Giornalista amico
dell’Associazione Amici di Gabry

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