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Abbazia di Chiaravalle

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Abbazia di Chiaravalle: la “Ciribiciaola” torre ottagonale vista dal chiostro bramantesco

Foto di Luigi Minuti

Siamo alla periferia sud di Milano, dove lo sviluppo di grandi infrastrutture ha tuttavia salvaguardato vaste aree rimaste a vocazione agricola, le stesse che un tempo erano interamente paludose poiché i fiumi che le attraversavano: il Lambro, il Vettabia ed il Seveso, con le loro esondazioni, vi formavano grandi paludi che rendevano impraticabile la coltivazione stabile se non di risaie e marcite. I monaci Cistercensi a partire dal 1135 con le loro bonifiche estesero gradualmente le superfici coltivate e gli allevamenti di grasse vacche e, per primi, si dedicarono alla trasformazione del latte in quel grana padano tutt’ora vanto ed orgoglio dei contadini lombardi.

Era quello un ambiente la cui modificazione minacciava però di estirpare le presenze antropiche sino ad allora indisturbate, come quella delle cicogne; eppure queste, col tempo, si abituarono a convivere con i monaci-contadini e tornarono a stanziarvisi anzi divennero l’elemento distintivo del territorio. Per questo la basilica cistercense che venne realizzata a partire dal 1135, su impulso di San Bernardo ha avuto sin dall’origine come simbolo quella torre ottagonale posta nel bel mezzo del presbiterio a delimitare i transetti della chiesa abbaziale, che i Milanesi chiamano “ciribiciacola”, perché le cicogne, soprannominate in milanese “ciribì”, vi si radunavano in stormi per ‘ciacolare’, cioè per cinguettare e per nidificare. Ecco che la natura rimase in simbiosi con l’uomo che ha saputo modificarla al fine di trarne le fonti di sostentamento assicurando tuttavia la piena simbiosi, con la natura dei luoghi.

In questo sito ricco di acqua dunque è nata questa Abbazia cistercense, scintilla riformatrice dell’Ordine benedettino suscitata in Francia sul finire dell’XI° secolo da tre santi monaci: Roberto di Molesme, Stefano Harding e Alberico di Citeaux, cui si aggiunse, buon ultimo il dinamico predicatore Bernardo di Clarveaux, il quale giunto a Milano, in preda allo scisma piace tanto ai Milanesi da venirne quasi proclamato arcivescovo, carica che rifiuta, raccoglie nuovi proseliti, organizza quasi contemporaneamente nuove abbazie, ma di questa noi oggi ci occupiamo.

Alla Basilica abbaziale, in splendido stile romanico si accede tramite un portale intagliato d’epoca, dove in alto vi è doppiamente rappresentato lo stemma, come detto, la cicogna, con la mitria abbandonata ed il pastorale, sotto, sono scolpite le figure dei quattro santi fondatori: Roberto, Stefano, Alberico e Bernardo, la facciata medioevale è stata modificata in epoca barocca riuscendo a non perdere l’austerità originaria.

L’ingresso è da favola, la Basilica è assai luminosa e invita a percorrerla, a giungere in fretta al presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano basso della navata e del transetto, dal quale si apre la prospettiva del magnifico coro dei monaci riccamente intagliato che abbraccia l’altare e compete nella ricchezza dello scenario con la retrostante controfacciata che propone le scene della sosta milanese di san Bernardo, con panorami della Milano del XII secolo, e all’opposto il luminoso e svettante tiburio ottagonale, con affreschi di età e scuola giottesca, da cui dipartono due tronchi del maestoso transetto arricchito nella parte inferiore da simmetriche cappelle recanti ognuna capolavori dei principali artisti che sono stati attivi a Milano dal Trecento al Rinascimento.

Agli opposti termini del transetto, quello orientale, immette nell’antico duecentesco cimitero della famiglia guelfa dei Della Torre, presidiata dall’immagine scolpita della ‘morte’, gigantesca statua capolavoro assoluto del Maestro Giacomo Manzù (1908-1991), quello occidentale dominato dal monumentale scalone affrescato d’accesso al piano superiore, delle celle, mentre a piano terra un ingresso basso ed austero immette nello splendido chiostro con colonne binate di Donato Bramante (1444-1514) parzialmente distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra, correttamente ricostruito, dal chiostro si accede sulla sinistra alla spettacolare Sala capitolare ed in fondo al Refettorio.

Fu il commendatario (figura che nel rinascimento aveva sostituito l’abate) cardinale Ascanio Sforza, figlio del duca Francesco I e fratello di Ludovico il Moro ad invitare a Chiaravalle Donato Bramante, impegnato a Milano, con Zenale e Leonardo nella domenicana Santa Maria delle Grazie, su committenza del Moro, e nella Basilica benedettina di Sant’Ambrogio. Il Bramante tanto impressionò il successivo commendatario dell’Abbazia, Giuliano Della Rovere che divenuto poi Papa, Giulio II, lo volle condurre a Roma per progettare l’ampliamento della Basilica di San Pietro.

Nello scorrere il corridoio del chiostro bramantesco si accede alla Sala capitolare attraverso un monumentale portale affiancato da due altrettanto monumentali finestroni chiusi da una vetrata affinché anche i Conversi potessero assistere ai lavori del Capitolo pur senza parteciparvi, non avendo essi ‘voce in capitolo’, esclusiva pertinenza dei Monaci. Le pareti della Sala capitolare custodiscono affreschi unici del Bramante raffiguranti la Milano dell’epoca, non essendoci al tempo la fotografia, queste sono le uniche testimonianze autentiche della Milano rinascimentale.

Luigi Minuti
Storico e amante della nostra “bassa”

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